La moratoria sugli omicidi impuniti
9 Marzo 2008
Nelle ultime settimane si è molto dibattuto sulla proposta di Giuliano Ferrara di una moratoria sull’aborto, per porre un freno a quello che è nel mondo un vero e proprio sterminio di massa.
Non ci si riferisce ovviamente all’Italia dove, seppur con molte luci e ombre (forse più ombre che luci), esiste una legge, la n°194 del 1978, che garantisce la tutela della maternità disciplinando l’interruzione volontaria della gravidanza. Il riferimento più immediato è invece a quei Paesi del mondo (Cina in testa) che incoraggiano pratiche abortive per ragioni abominevoli come la politica per il controllo delle nascite sulla base del sesso, secondo la quale il discrimine tra chi ha il diritto alla vita e chi invece non può ricevere questo dono è solo l’essere maschio o femmina.
Ritengo quindi la moratoria sull’aborto una proposta molto interessante e certamente condivisibile, con l’obiettivo di valorizzare il diritto alla vita anche in quei Paesi che trattano i futuri bambini come merce da poter buttare e cancellare a piacimento a seconda della convenienza contingente.
Per il nostro Paese il discorso è differente. Nessuno mette in discussione l’efficacia della 194 nella lotta all’aborto clandestino, ma proprio per questa sua funzione così importante è necessaria una sua corretta e soprattutto integrale applicazione.
Infatti forse non tutti sapranno che la legge italiana prescrive di supportare economicamente, socialmente e persino psicologicamente la donna che intende abortire, cercando di dissuaderla dal compiere un tale gesto prospettandole tutte le soluzioni alternative affinché l’interruzione della gravidanza sia proprio l’estrema ratio. Inoltre, per l’aborto entro i primi 90 giorni, la legge fa esplicito riferimento a un “serio pericolo per la salute fisica o psichica [della donna]”, mentre oltre i 90 giorni l’aborto è consentito solo in presenza di un “grave pericolo per la vita della donna” o “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. E si aggiunge che “se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti…” (cioè il grave pericolo per la vita della donna o le rilevanti malformazioni del nascituro) “…chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni e la donna è punita con la reclusione sino a sei mesi”. Insomma la legge parla chiaro: fissa dei precisi paletti per evitare abusi e indica addirittura le pene previste per chi non li rispetti.
Eppure da un reportage di “Tempi” è emerso che in Italia la 194 viene applicata solo in parte, saltando a piè pari tutta la parte sulla dissuasione e sul sostegno psicologico alla donna e infischiandosene delle condizioni che devono sussistere per procedere ad un aborto. Per esempio in una clinica milanese una donna ha abortito perché il bambino avrebbe avuto sei dita in un piede invece di cinque (alla faccia del pericolo alla vita della donna o delle rilevanti malformazioni del nascituro) e negli Stati Uniti una fanatica ambientalista ha deciso di abortire perché il figlio sarebbe stato solo un “peso” per il pianeta in quanto per vivere avrebbe dovuto consumare risorse naturali limitate.
E tutto questo è semplicemente abominevole e criminale.
Ben venga quindi una moratoria sull’aborto votata dall’ONU che ponga fine a questi omicidi impuniti, nel rispetto della maternità, ma anche e soprattutto nel pieno rispetto del diritto alla vita di ogni futuro bambino.
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Tags: aborto, legge 194, Giuliano Ferrara, moratoria


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25 Novembre 2008 alle 07:14
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