La fine del regno Romano barbarico

4 Marzo 2008

 

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La fine del governo Prodi sancisce il fallimento del centro-sinistra italiano e probabilmente anche la fine della contrapposizione barbarica tra i due schieramenti. La nascita del Partito Democratico e la sua scelta di abbandonare la sinistra radicale mette fine all’anomalia della sinistra italiana che, unica nel mondo occidentale, preferiva portare al governo due partiti comunisti al prezzo di non governare e di non essere capace di prendere le decisioni necessarie al Paese (in Germania l’ex cancelliere Schröder ha preferito all’alleanza con la sinistra estrema terminare la sua carriera politica e mandare il suo partito all’opposizione).

Si è forse compreso che l’antiberlusconismo è contro l’interesse dell’Italia, che la preoccupazione di un governo non deve essere “se cadiamo torna Berlusconi”, ma l’ammodernamento che l’Italia attende da tanto tempo.

Le scelte politiche del PD avvengono con decenni di ritardo rispetto alle sinistre europee e più che da una riflessione sui propri errori e da una rottura con il prodismo, nascono in continuità con il passato (secondo la tradizione del PCI); più che per coraggio avvengono per necessità: l’impossibilità di ripresentare quell’accozzaglia di partiti con trecento pagine di programma.

Non possiamo notare che con piacere alcune svolte nel programma del PD, che dopo più di dieci anni propone le ricette del contro-destra: riduzione delle tasse, minor peso dello Stato, niente veti alle grandi opere, lotta contro la criminalità, difesa della legge Biagi. Quello che manca loro per governare è la credibilità di chi per anni ha fatto il contrario, la coerenza di chi non svende le proprie idee per convenienze politiche, la chiarezza delle scelte.

Non può governare chi candida un difensore della legge Biagi come il prof. Ichino (invitato lo scorso anno proprio da noi di SpL a parlare di lavoro) maanche chi la considera criminale come il sindacalista Nerozzi, chi presenta il presidente di Federmeccanica Calearo maanche l’operaio della Thyssen che scioperava contro di lui per il rinnovo del contratto, chi propaganda il “diritto di morire” come Veronesi, maanche chi si batte per il diritto alla vita come la Binetti, chi non voleva far parlare il Papa alla Sapienza, maanche chi è per non confinare la religione alla sola sfera privata. Non può diventare Presidente del Consiglio chi era comunista, maanche kennediano.

L’unica speranza è che in una situazione tragica per il Paese, e dopo due anni di immobilismo, prevalga nella sinistra l’amore per la nazione all’antiberlusconismo, un’opposizione costruttiva piuttosto che l’opposizione allo sviluppo dell’Italia, la “moralità del fare” alla vuota retorica della “bella politica”.


Scritto da luciano capone (1) in Editoriale

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